A volte i poli di eccellenza si scoprono per
caso e in una situazione di necessità. L’esperienza negativa
allora si trasforma in un’altra quasi piacevole per il
constatare che le strutture di servizio alla persona funzionano e
sono a dimensione umana, quasi familiare, come sono le condizioni
in cui uno vorrebbe trovarsi quando è in una situazione di
difficoltà e di debolezza.
È il caso dell’ospedale Koelliker di Torino,
un piccolo gioiello della sanità piemontese, che è un modello di
gestione efficiente e funzionale della sanità, che con il suo
attivo di gestione ha anche l’ambizione di aiutare gli ospedali
dei paesi in via di sviluppo del circuito dei missionari della
Consolata.
Abbiamo sentito su questa realtà padre Stefano
Cacciari, dell’istituto dei missionari della Consolata, dal 1994
direttore del Koelliker.
Che cos’è il Koelliker in termini di numeri
e di contenuti?
È una struttura a gestione privata, convenzionata con la
Regione, che ha 280 dipendenti circa, di cui solo 5 medici. Gli
altri 115 medici che lavorano in ospedale con altri 30-40 tecinici
di laboratorio sono liberi professionisti. Il Koelliker cioè va
avanti con la libera professione dei medici e dei tecnici di
laboratorio, che sono pagati a prestazione e a percentuale; l’ospedale
mette a disposizione la struttura, il macchinario diagnostico o
terapeutico e il personale paramedico. Questo tipo di
organizzazione dà garanzie all’ospedale, al medico e al
paziente. L’ospedale ha una certa sicurezza economica nelle
entrate, il medico ha una grande libertà e motivazione nell’esercitare
la professione, il paziente è trattato con tutte le attenzioni
perché i "clienti" sono la fonte del reddito e del
funzionamento di tutto il complesso.
Ogni giorno presso il nostro ospedale ci sono
70-80 ricoverati con la mutua e una trentina con regime privato. I
posti letto sono 150, più altri 15 in regime di day hospital per
l’oculistica.
Qual è l’origine e la storia di questo
ospedale?
L'osp. Koelliker è nato nel 1928 per iniziativa della
famiglia torinese Koelliker, che aveva perso drammaticamente due
figli in tenera età. Negli anni ’50 questo fu donato ai
Missionari della Consolata che incominciarono ad occuparsene,
anche in funzione di solidarietà e di collaborazione culturale e
sanitaria a favore degli ospedali in terra di missione, situati in
Kenya, Tanzania, Etiopia, Zaire e Brasile, con eventuali
sovvenzioni ed intervento di professionisti. Per oltre 40 anni l’Osp.
Koelliker è stata l’unica struttura infantile in Torino,
conosciuta ai torinesi come "Ospedalino". La nascita
negli anni settanta dell’ospedale infantile Regina Margherita e
la denatalità hanno portato alla riduzione dei posti letto per
bambini a favore degli adulti in regime convenzionato e privato.
Sono gli anni in cui lei è diventato direttore…
Sì. Negli anni ’90 questo ospedale che era arrivato ad
ospitare anche 300 bambini ne aveva 40-50. Quindi era necessaria
una svolta, non si poteva andare avanti solo con i bambini. Da qui
la trasformazione anche in ospedale per adulti, tenendo anche
conto delle patologie fondamentali come neurologia, oculistica,
urologia, otorino, chirurgia generale e ortopedia,utili non solo
alle richieste dell’utenza, ma anche alle esigenze dell’Istituto
missioni Consolata. In questo riposizionamento la mia strategia è
sempre stata centrata sulla diagnostica per immagini e quindi su
risonanze, tac, ecografie, ecc. con macchine sempre
aggiornatissime. E questa scelta si è dimostrata vincente
(abbiamo 5 risonanze magnetiche, sempre aggiornate, con 1-2 mesi
di attesa).
Il Koelliker è una strutture sanitaria in
attivo – anche se Cacciari ne parla con pudore – il cui ricavo
(2-3 milioni di euro) va ad aiutare gli ospedali della Consolata
nei paesi di missione.
Come si colloca il Koelliker nel panorama
sanitario torinese-piemontese?
Con i suoi 150 posti letto e soprattutto con la sua
diagnostica dà un contributo all’assistenza socio-sanitaria.
Con un pizzico di orgoglio affermo che siamo molto stimati per la
professionalità dei medici e per l’accoglienza (un assessore
alla sanità piemontese ha definito il Koelliker : "un
piccolo gioiello della sanità piemontese").
Io cerco di inculcare l’idea che la persona
ricoverata più che un paziente, malato, è una persona in
situazione di debolezza che merita tutte le attenzioni. Su questo
sono molto esplicito. Nel nostro ospedale ci sono degli uomini,
delle persone con una storia e un’identità, per chi ci crede un
brandello di Dio, che è qui e ha bisogno del nostro aiuto. Essere
gentili costa anche poco.
Questa è una cosa sulla quale insisto molto.
Al Koelliker si lavora anche per lo stipendio, ma si fa parte
anche – pur essendo una struttura totalmente laica - di un’organizzazione
religiosa dove c’è qualcosa in più che deve portare a trattare
le persone ricoverate da amici.
Qual è il punto di forza della vostra
struttura?
Come ho già detto la diagnostica per immagini e l’attenzione
alla persona.
Qual è la collaborazione culturale e sanitaria
con gli ospedali dei missionari della Consolata in terra di
missione?
Pur operante, questa collaborazione è molto difficoltosa. In
ottobre i 5 responsabili degli ospedali missionari della Consolata
si troveranno in Etiopia per coordinare la collaborazione e
rendere più continuativa la formazione, con stage in Italia e con
medici nostri che per un mese all’anno vanno in questi paesi di
missione, non necessariamente nei nostri ospedali, per dare il
loro contributo. Diciamo che il Koelliker è un centro di
animazione missionaria sanitaria non necessariamente in relazione
ai nostri ospedali che ci stanno particolarmente a cuore, ma in
tutta quella che è la problematica sanitaria missionaria che c’è
nel terzo mondo.
Venendo qui dentro si respira un clima di
mondialità. Tra il personale ci sono molti stranieri?
Credo che in campo infermieristico siamo arrivati al 60 per
cento. Sono soprattutto persone provenienti dai paesi dell’est,
ma anche dal Perù e dall’Africa.
Il Koelliker opera sia in convenzione col
sistema sanitario nazionale che in forma di assistenza privata.
Che differenza c’è nei due tipi di ricovero?
Non vi è alcuna differenza dal punto di vista del
trattamento, vi è solo una diversità nella precedenza. Il
privato con il pagamento accelera i tempi: il medico è
incentivato a dare la sua disponibilità cercando di farlo il più
presto possibile, con la mutua invece vi sono dei tempi e delle
graduatorie da rispettare.
Antonio Denanni