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Editoriale

Il fattore Moahammad

di Antonio Denanni
Indialogo.it - Anno 1 - N.2 - novembre  2010
 

   

A volte i poli di eccellenza si scoprono per caso e in una situazione di necessità. L’esperienza negativa allora si trasforma in un’altra quasi piacevole per il constatare che le strutture di servizio alla persona funzionano e sono a dimensione umana, quasi familiare, come sono le condizioni in cui uno vorrebbe trovarsi quando è in una situazione di difficoltà e di debolezza.

È il caso dell’ospedale Koelliker di Torino, un piccolo gioiello della sanità piemontese, che è un modello di gestione efficiente e funzionale della sanità, che con il suo attivo di gestione ha anche l’ambizione di aiutare gli ospedali dei paesi in via di sviluppo del circuito dei missionari della Consolata.

Abbiamo sentito su questa realtà padre Stefano Cacciari, dell’istituto dei missionari della Consolata, dal 1994 direttore del Koelliker.

Che cos’è il Koelliker in termini di numeri e di contenuti?
È una struttura a gestione privata, convenzionata con la Regione, che ha 280 dipendenti circa, di cui solo 5 medici. Gli altri 115 medici che lavorano in ospedale con altri 30-40 tecinici di laboratorio sono liberi professionisti. Il Koelliker cioè va avanti con la libera professione dei medici e dei tecnici di laboratorio, che sono pagati a prestazione e a percentuale; l’ospedale mette a disposizione la struttura, il macchinario diagnostico o terapeutico e il personale paramedico. Questo tipo di organizzazione dà garanzie all’ospedale, al medico e al paziente. L’ospedale ha una certa sicurezza economica nelle entrate, il medico ha una grande libertà e motivazione nell’esercitare la professione, il paziente è trattato con tutte le attenzioni perché i "clienti" sono la fonte del reddito e del funzionamento di tutto il complesso.

Ogni giorno presso il nostro ospedale ci sono 70-80 ricoverati con la mutua e una trentina con regime privato. I posti letto sono 150, più altri 15 in regime di day hospital per l’oculistica.

Qual è l’origine e la storia di questo ospedale?
L'osp. Koelliker è nato nel 1928 per iniziativa della famiglia torinese Koelliker, che aveva perso drammaticamente due figli in tenera età. Negli anni ’50 questo fu donato ai Missionari della Consolata che incominciarono ad occuparsene, anche in funzione di solidarietà e di collaborazione culturale e sanitaria a favore degli ospedali in terra di missione, situati in Kenya, Tanzania, Etiopia, Zaire e Brasile, con eventuali sovvenzioni ed intervento di professionisti. Per oltre 40 anni l’Osp. Koelliker è stata l’unica struttura infantile in Torino, conosciuta ai torinesi come "Ospedalino". La nascita negli anni settanta dell’ospedale infantile Regina Margherita e la denatalità hanno portato alla riduzione dei posti letto per bambini a favore degli adulti in regime convenzionato e privato.

Sono gli anni in cui lei è diventato direttore…
Sì. Negli anni ’90 questo ospedale che era arrivato ad ospitare anche 300 bambini ne aveva 40-50. Quindi era necessaria una svolta, non si poteva andare avanti solo con i bambini. Da qui la trasformazione anche in ospedale per adulti, tenendo anche conto delle patologie fondamentali come neurologia, oculistica, urologia, otorino, chirurgia generale e ortopedia,utili non solo alle richieste dell’utenza, ma anche alle esigenze dell’Istituto missioni Consolata. In questo riposizionamento la mia strategia è sempre stata centrata sulla diagnostica per immagini e quindi su risonanze, tac, ecografie, ecc. con macchine sempre aggiornatissime. E questa scelta si è dimostrata vincente (abbiamo 5 risonanze magnetiche, sempre aggiornate, con 1-2 mesi di attesa).

Il Koelliker è una strutture sanitaria in attivo – anche se Cacciari ne parla con pudore – il cui ricavo (2-3 milioni di euro) va ad aiutare gli ospedali della Consolata nei paesi di missione.

Come si colloca il Koelliker nel panorama sanitario torinese-piemontese?
Con i suoi 150 posti letto e soprattutto con la sua diagnostica dà un contributo all’assistenza socio-sanitaria. Con un pizzico di orgoglio affermo che siamo molto stimati per la professionalità dei medici e per l’accoglienza (un assessore alla sanità piemontese ha definito il Koelliker : "un piccolo gioiello della sanità piemontese").

Io cerco di inculcare l’idea che la persona ricoverata più che un paziente, malato, è una persona in situazione di debolezza che merita tutte le attenzioni. Su questo sono molto esplicito. Nel nostro ospedale ci sono degli uomini, delle persone con una storia e un’identità, per chi ci crede un brandello di Dio, che è qui e ha bisogno del nostro aiuto. Essere gentili costa anche poco.

Questa è una cosa sulla quale insisto molto. Al Koelliker si lavora anche per lo stipendio, ma si fa parte anche – pur essendo una struttura totalmente laica - di un’organizzazione religiosa dove c’è qualcosa in più che deve portare a trattare le persone ricoverate da amici.

Qual è il punto di forza della vostra struttura?
Come ho già detto la diagnostica per immagini e l’attenzione alla persona.

Qual è la collaborazione culturale e sanitaria con gli ospedali dei missionari della Consolata in terra di missione?
Pur operante, questa collaborazione è molto difficoltosa. In ottobre i 5 responsabili degli ospedali missionari della Consolata si troveranno in Etiopia per coordinare la collaborazione e rendere più continuativa la formazione, con stage in Italia e con medici nostri che per un mese all’anno vanno in questi paesi di missione, non necessariamente nei nostri ospedali, per dare il loro contributo. Diciamo che il Koelliker è un centro di animazione missionaria sanitaria non necessariamente in relazione ai nostri ospedali che ci stanno particolarmente a cuore, ma in tutta quella che è la problematica sanitaria missionaria che c’è nel terzo mondo.

Venendo qui dentro si respira un clima di mondialità. Tra il personale ci sono molti stranieri?
Credo che in campo infermieristico siamo arrivati al 60 per cento. Sono soprattutto persone provenienti dai paesi dell’est, ma anche dal Perù e dall’Africa.

Il Koelliker opera sia in convenzione col sistema sanitario nazionale che in forma di assistenza privata. Che differenza c’è nei due tipi di ricovero?
Non vi è alcuna differenza dal punto di vista del trattamento, vi è solo una diversità nella precedenza. Il privato con il pagamento accelera i tempi: il medico è incentivato a dare la sua disponibilità cercando di farlo il più presto possibile, con la mutua invece vi sono dei tempi e delle graduatorie da rispettare.

Antonio Denanni