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Maria Pia Veladiano, scrittrice

"La fede è una storia con Dio"

«Si crede e insieme non si crede, sempre. Abitare il confine è la condizione della nostra comune umanità. Ed è un bel luogo questo, da cui dialogare»
Indialogo.it - Anno 4 - N.3 - Giugno  2013
 

   La fede è una storia. Dicono che sempre si parla di fede dal luogo in cui abitiamo. Da dentro, ad esempio. Il dire deciso di chi sa i confini del mondo. E anche dell’oltremondo. Sicuro di conoscere la sintassi dello spirito. Oppure da fuori. Ostili, o curiosi, o indifferenti, o sarcastici, a guardare i creduli, che roba mai è, nel ventunesimo secolo cercare Dio. Oppure si parla di fede dal luogo del dubbio. E son pochi, ci dicono. Il dubbioso è oggi quasi un caso pastorale felice. E allora questo abitare di necessità un nostro luogo, renderebbe il parlarci straniero. Babele di lingue senza Pentecoste. Così dicono. Ma non è così. E se lo abbiamo lasciato credere, va a nostra accusa. La fede è una storia. Con Dio. E nel tempo di una storia ne capitano di cose! Chi crede ha conosciuto Dio. La presenza e l’assenza. Vicino Lui, o chissadove, a volte limpidamente dialogante, a volte silenzioso come un dolore che non si può dire. Si crede e insieme non si crede, sempre. Abitare il confine è la condizione della nostra comune umanità. Ed è un bel luogo questo, da cui dialogare. Guardando le terre dell’altro. Nostre terre, basta muovere un passo. O anche no. Basta la vertigine del contemplare, se solo non ci siamo dati alla fatica di alzare muri che rubano lo sguardo. La nostra fede è la storia di noi che diventiamo quello che siamo, nel tempo. Si dice ‘perseverare’ nella fede. Ma è una parola che un po’ non sa dell’amore.

   Nel Vangelo di Giovanni si dice ‘rimanere’ nella fede. Bellissimo, è lo stesso verbo con cui Gesù all’inizio invita i due discepoli a rimanere con lui. Rimanere. Così si può parlar di fede come un parlare d’amore: restare davanti a Dio anche quando ci sentiamo soli, perché senza sapere e volere il confine lo abbiamo passato e abbiamo paura, ci sembra di non credere più. Ma restiamo perché abbiamo una storia con Lui. Come sempre quando si ama. E non si abbandona il proprio bene perché arriva il tempo del silenzio, e chissà se è suo o nostro questo non saper trovare più le parole. Poi ci sono le opere. Il nostro poter creare i giorni che ci sono dati. Vengono dalla fede, si dice. E lo sperimentiamo. Amati e infinitamente capaci di amore. Ma capita che il sentimento non ci sia (più?) verso chi amiamo, e anche verso Dio a volte ci pare, e intanto però si continua a fare, fedeli a una storia che è nostra e ci ha rovesciato la vita, il mondo. Per sempre. Pur nel dubbio a volte, di un’illusione vissuta, di un umano tradire avvenuto, di una storia che sembra finire, finita.

   Di una nostra impensata nuova incapacità di sentire. Lo conoscono anche i mistici, questo luogo. «Mi son detta che la carità non doveva consistere nei sentimenti, ma nelle opere», scrive Teresa di Lisieux in una pagina in cui racconta l’avversione potente per una consorella con «il talento di dispiacermi in tutto». Perché la bufera che capovolge i sentimenti può arrivare ma intanto la vita va accudita, le parole vanno dette, i bambini a scuola vanno presi, i clienti in ufficio ascoltati, il pranzo preparato. Per noi e per loro. E i poveri sfamati, i malati curati, i disperati accompagnati. C’è un fare che è fede comunque. Nella vita. Nell’uomo. In Dio.

Ci son tante storie di fede quanti noi siamo. Diverse e raccontabili alcune, ed è bello ascoltarle. Qualche volta son solo nostre, segrete. E come si giudica la storia di un altro? La fede è anche questa bella libertà. Placata la furia di giudicare noi e il mondo, libertà che lascia esistere, e che sollievo questo sguardo nostro ospitale. Accolti e amati, sguardo suo che ci basta, a cui non si può rinunciare, perché lo abbiamo ricevuto. Tocco che abbiamo sentito, come un camminare vicini. Felicità avuta, di cui esser grati, ricordata quando arriva la bufera. La fede è storia di un amore che trasforma la storia. In cui, come nelle storie d’amore, quel che è più prezioso è gratuito ma niente è a poco prezzo. Dove la gratuità è la fiducia che si dà. Piccola beatitudine. Consegna di sé. Prima Lui. Per sempre. Poi anche noi. Per quel che possiamo. E anche più di quel che possiamo. Senza misura coraggiosi, sorpresa per noi. In Lui. A che cosa serve la fede. A che cosa serve l’amore.

Mariapia Veladiano, Avvenire, 16 maggio 2013