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L'ultimo libro di suor Giuliana Galli

Non nominare amore invano

«In questi anni di crisi economica è necessario «donare, scambiare, condividere per una società più equa».
Indialogo.it - Anno 4 - N.3 - Giugno  2013
 

    "Oggi d’amore si parla troppo. Una colossale ipocrisia ha deturpato il senso di questa parola nella dimensione privata delle relazioni e in quella pubblica delle istituzioni, della Chiesa e della comunicazione. Forse è arrivato il momento di non nominarla più, di lasciarla stare un po’ in pace". Così la riflessione di suor Giuliana Galli, in riferimento al suo libro "Non nominare amore invano", Ed.Piemme "per recuperare la radicalità di significato di una parola abusata e bistrattata".

Suor Giuliana Galli, cottolenghina, dopo una laurea in sociologia e un master in Scienza del comportamento a Miami, resta negli USA per tredici anni a lavorare accanto a minori handicappati mentali. Tornata a Torino, coordina per trent’anni i volontari della Piccola Casa della Divina Provvidenza-Cottolengo. Nel 2001, insieme a Francesca Vallarino Gancia, fonda MAMRE, una onlus che opera nel campo dell’etnopsichiatria. Nel 2010 è stata nominata vicepresidente della Compagnia di San Paolo con speciale attenzione alle politiche sociali.

Ci parli della sua vita, della sua vocazione.
  
Sono andata una volta al Cottolengo con degli amici e la prima cosa che ho sentito è stato l’odore di minestra. Poi ho visto una ragazza handicappata che spingeva una carriola con una suora che l’accompagnava e quando questa si ritrae per la vergogna la suora prende il suo posto. Questo episodio è rimasto presente in me per tantissimo tempo. Non avevo allora in mente una vita circoscritta, e il Cottolengo ritornava, ritornava, ritornava… anche per via della solidarietà, che in casa mia era pensata, non solo dal punto di vista religioso, ma anche come questione sociale perché mio padre era sindacalista. Così, se i deboli dovevano essere aiutati, alla fin fine l’esempio era là, in quella suora che prende il posto in soccorso di chi ha bisogno e insieme si va avanti. E così sono arrivata al Cottolengo.

Lei è venuta alla ribalta della cronaca soprattutto per il suo inserimento nel Consiglio di amministrazione della Compagnia di San Paolo. Come concilia la sua missione per i poveri con questo impegno?
  
Lo concilio al 100%. Nel senso che la Fondazione della Compagnia di San Paolo ha ed ha avuto fin dalle sue origini come pensiero principale l’aiuto ai poveri. Nel 1563, in una Torino distrutta da guerre dove c’era una scia di "poveri vergognosi", i "gentiluomini decaduti" (ci rimandano un po’ a quelle persone che oggi si suicidano per vergogna), che non riescono più a riprendersi ma non vogliono tendere la mano per una questione di dignità personale, i 7 fondatori si tassano per aiutare questi poveri e così facendo coinvolgono altre persone del loro ceto e fondano la banca. Quindi la Compagnia di San Paolo ha l’attenzione per i poveri nel suo dna. Tant’è che ancor oggi tra i vari ambiti di cui la Fondazione si interessa quello delle politiche sociali è quello che ha la maggiore attenzione, senza discriminazione di nessun genere, per nazionalità, religione o altro. Chi vuole chiedere aiuto alla Compagnia presenti i curricula come vanno presentati: si valuteranno le necessità e le competenze.

Di recente si è riparlato di lei per la pubblicazione del suo libro "Non nominare amore invano. Contro l’ipocrisia delle parole". Già il titolo nasconde un messaggio, un’intenzione, un’accusa…
  
È la denuncia di una realtà che fa passare per amore una serie di situazioni che amore non sono, in quanto sono solo amore per se stessi.

Erich Fromm diceva che nell’arte di amare ci devono essere quattro elementi molto precisi: la responsabilità, la cura, l’accoglienza, il rispetto. Tutti sappiamo che cosa voglia dire mettere insieme questi quattro atteggiamenti, nel gruppo, nella coppia, nella famiglia… Chi vuole veramente amare, cioè "voler il bene", deve esercitare l’amore in questo modo e non certo come lo vediamo in giro. L’amore, poi, se partiamo dal Vangelo, ci mette anche il sacrificio; ce lo mostra con atteggiamenti molto concreti: "avevo fame, avevo sete", "l’episodio del buon samaritano"...

Il titolo del libro è contro l’ipocrisia delle parole, che oggi vengono usate per molte cose che vediamo intorno a noi e non esprimono il loro senso profondo, creando una brutta confusione.

Lei ha scritto: "L’uomo che soffre e il grande mistero della sofferenza sono stati al centro del mio impegno quotidiano". Oggi vi è sufficiente attenzione alla sofferenza? Anche nella Chiesa?
  
Credo che nella nostra società le persone che s’interessano dei sofferenti siano la maggioranza. Infatti quando nasce un’associazione di volontariato generalmente nasce attorno ad una situazione di sofferenza. E credo anche che un gran numero di associazioni di volontariato sia di impostazione cristiana e cattolica, che si interessa non solo per i "nostri".

Nella sua esperienza di formazione dei volontari della Piccola Casa della Divina Provvidenza afferma che ha incontrato molte persone che si sono spese con grande dedizione per gli altri, ma non amavano allo stesso modo se stesse. Quanto è importante la stima di sé per andare con serenità verso gli altri?
  
Dovrebbe essere così. Di fatto però ho imparato, per usare una metafora, che anche una scodella sbrecciata può portare acqua buona. Se aspettiamo la perfezione in noi stessi, o comunque l’equilibrio, prima di andare verso gli altri non ci arriviamo mai, perché l’equilibrio è qualcosa da ricomporre tutti i giorni, da rifare sempre.

Lei è co-fondatrice di un’associazione di etnopsichiatria, Mamre. La parola amore ha lo stesso significato nelle altre culture, ad esempio in quella islamica od orientale? Amore è una parola che unisce ed affratella?
  
Tra di loro senz’altro. Tra noi e loro invece c’è qualche difficoltà… Però lavoriamo molto bene con le nostre mediatrici culturali. Una delle cose che per loro è senz’altro un grande punto di domanda è vedere quanto impegno mettiamo nel curare anche le loro donne, i loro bambini, i loro uomini. I discorsi lasciano il tempo che trovano. Quando ci si fa carico della sofferenza dell’altro con amore le parole perdono significato.

Il luogo dove circola più amore è sicuramente la famiglia. Oggi è però in crisi rispetto ai modelli stabili del passato. Dal suo osservatorio le risulta che si faccia abbastanza per tutelare questo presidio di amore? Che cos’è che non funziona? O siamo di fronte a cambiamenti radicali dello stesso concetto di famiglia?
  
La famiglia è centro di amore a partire dalla Bibbia. Noi lo diciamo soprattutto nell’ambito della vita cristiana. Però vediamo anche che la prima coppia di cui si interessa lo scrittore sacro è Adamo ed Eva tra i quali non c’è armonia: l’uno accusa l’altro, danno vita a due ragazzi, uno dei quali sarà l’omicida del fratello. Vediamo poi una mamma che predilige un figlio rispetto all’altro e inganna il marito perché l’eredità vada al secondogenito. Così anche dei fratelli che riducono in schiavitù un altro fratello (Giuseppe). Per cui credo che la nostra volontà di avere una famiglia dove regni l’amore sia vera. Però dove c’è relazione c’è anche la possibilità che la relazione si ammali. La famiglia è un crogiolo che potrebbe essere di amore, ma sovente è anche luogo di fortissimi egoismi e disordini.

Un giudizio sul volontariato, di cui lei è certamente esperta.
  
E’ un forte impegno. Il volontariato è una forza protetta, voluta anche dalla Costituzione italiana, oltre che dalla solidarietà evangelica. Lì i frutti migliori del mondo laico e del Vangelo stanno bene insieme a promuovere l’impegno per gli altri.

Passiamo ora alla nostra famiglia più grande: la Chiesa. Anche in questa grande famiglia dovrebbe essere l’amore, l’amore di Dio e degli uomini a circolare con grande impeto? E’ così o ci sono delle forze che frenano?
  
Come in tutte le relazioni, anche nella Chiesa ci sono difficoltà. Il Vangelo è pieno di ingiunzioni a perseguire la fatica dell’amore. Però quanto conflitto c’è anche nel Vangelo! E sappiamo anche che chi pronuncia queste parole: "Non c’è amore più grande di chi dà la vita" è morto sulla croce. Questo grande disegno di amore fondato nel Vangelo, è da riscoprire tutte le volte. Il Vangelo però è fatto di uomini, che sono la penultima parola prima dell’incontro definitivo con Dio.

Il card. Martini prima di morire ha detto che la Chiesa è indietro di 200 anni. Quali sono i ritardi più vistosi da recuperare?
  
Il recupero delle risorse che la donna può offrire alla Chiesa, aldilà delle sacrestie e dei catechismi che può insegnare. La donna nella Chiesa, e nella società, può offrire molto di più, soprattutto se pesca dalle risorse che sono lo specifico del suo genere e non copia il modello vincente dell’uomo. Un’altra esigenza è quella di una maggiore apertura con chi è diverso per cultura, per religione o per genere. Il non avere una parola per queste situazioni è un limite: manca una parola di speranza per le persone che sono al di fuori degli schemi tradizionali…

In questo affaticamento della chiesa la ricchezza è un peso?
  
Per me la ricchezza non è affatto un peso: "ad averne di ricchezze", io continuo a dire: quanto bene si potrebbe fare! E’ l’avidità, l’ingordigia il male! L’ho scritto nel mio libro, citando sant’Agostino: "Fratelli, la ricchezza non è cattiva in sé, è il cattivo uso che ne facciamo che fa del male".

Il nuovo papa Francesco può essere una scossa contro questa stanchezza? Che impressione le ha fatto?
  
Un’impressione bellissima, a incominciare da quel "buonasera", un saluto rivolto a tutti. E’ un papa che è stato in mezzo alla gente, è un pastore che ha l’odore delle pecore, come ha detto lui. Questo stabilisce un tessuto relazionale veramente concreto e umano.

Terminiamo questo incontro con un pensiero del suo libro sull’amore.
  
« Imparate da me…», Gesù ci invita ancora oggi a studiare i suoi modi di essere, sono modi di chi ama senza sprecare le parole, senza "nominare amore invano". E’ il Vangelo.

Antonio Denanni